DITE LA VOSTRA: Libere recensioni musicali & cinematografiche...
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Disraeli Gears è un fiore strano di quel perfumed garden che fu il 1967 - Monterey, il Sgt. Pepper's, la «Summer Of Love», il primo album di Hendrix, Absolutely Free di Zappa. Non è un capolavoro assoluto, non vale quegli esempi prodigiosi; però è un pezzo di storia ed è il disco che impose all'attenzione del grande pubblico Eric Clapton, ventiduenne chitarrista che i cultori del british blues già veneravano come un dio ma che solo dopo gli esaltati ricami di Sunshine Of Your Love diventò CLAPTON, tutto maiuscolo, per una enorme platea. In realtà c'è un equivoco, dietro questa gloriosa epifania. Disraeli Gears è passato alla storia per quel testardo rock blues e per Strange Brew, per Tales Of Brave Ulysses; per i brani cioè più chitarristici, là dove il giovane Slowhand aveva modo di incantare le folle con quel suo fluido stile un po' torpido che a molti (mi ci metto) non è mai andato troppo a genio ma che altri invece adoravano - il grande, il sommo Jimi Hendrix era fra gli ammiratori e più di una volta lodò pubblicamente il giovane rivale, adottando fra l'altro nel suo repertorio proprio Sunshine Of Your Love.
Alla testa di questo team possiamo mettere Jack Bruce, il geniale bassista ma anche compositore e cantante; è stata sua l'idea di fondare il gruppo, fra l'altro, coinvolgendo la giovane promessa Clapton e il veterano Ginger Baker un batterista con cui ha litigato (e litigherà) decine di volte ma di cui ha profonda stima. Della squadra fanno parte anche Felix Pappalardi, produttore e musicista di razza, e Pete Brown, paroliere, poeta, inviato speciale della Londra underground tra le fila del gruppo. Entrambi contribuiranno anche al disco finale dei Cream, il doppio Wheels Of Fire; così come Martin Sharp, grafico, il Rick Griffin della psichedelia inglese, che non solo trasforma in immagini le inquiete fantasie del trio ma si spinge a dare anche un contributo al repertorio (Tales Of Brave Ulysses porta la firma sua e di Clapton).